A come Amore

A come Amore
Ho detto amore a quattro donne. Con una mentivo. Una, quando gliel’ho detto era sposata con un altro. Con una non ho mai fatto sesso. Mi ha respinto.
Con tre ho convissuto. Da tutte e quattro mi sono separato almeno una volta. Da due sono tornato. Tutte e quattro erano primogenite e tutte avevano gli occhi marroni o neri. Una non vive più in Israele. Una vive con me. Una vive in una roulotte e una si è rifugiata a casa mia insieme ai figli all’inizio dell’operazione Margine di protezione.
Per tre di loro farei, ancora oggi, qualunque cosa. Per una no. Non lo merita. Nonostante non se lo meriti, ancora oggi prima di addormentarmi ho delle fantasie. Sulle altre invece no. Nessuna di loro ha mai incontrato l’altra. Se non nella mia testa. Due, le due dotate di senso dell’umorismo, andrebbero d’accordissimo, riderebbero della mia dipendenza da Coca-Cola. Due avrebbero potuto, in altre circostanze, diventare amanti. Io sarei rimasto in disparte a guardare. Allibito. O piuttosto: sofferente-orgoglioso. Tutte e quattro erano le cocche del loro papà. Una aveva la madre che telefonava e la insultava finché non prendevo io la cornetta per dirle di smettere. Dalla seconda, la mamma si aspettava troppo poco. Dalla terza, la mamma si aspettava troppo. Alla quarta, la mamma era morta.
A due sono stato vicino mentre erano in lutto. Con una ho fatto sesso nella sua camera di ragazza durante la settimana di lutto stretto. Sui muri erano appesi poster di Bowie e mi ha tappato la bocca con la mano perché dal salotto non ci sentissero. Con una – l’ho già detto – non ho mai fatto l’amore. E ripeterlo rende la faccenda più insopportabile. Una sola voleva fare sesso con me più spesso di quanto io volessi farlo con lei. Una sola godeva più facilmente all’aria aperta che non a letto. Una sola era religiosa. Una sola chiedeva, a volte, che le facessi un po’ male. Con due sono stato all’estero. Anzi, se si considera estero il Sinai, allora con tre. E se si considera estero il Sinai, con una di loro mi sono lasciato oltre confine. Mentre eravamo in fila per il controllo passaporti. Con un’altra ci siamo lasciati al porto di Tel Aviv. Prima che si trasformasse in un centro commerciale. Con una in via Sirkin, dove ancora c’era un liceo. Da una non mi sono mai veramente separato. È montata sulla sua bicicletta, eravamo al mercato delle pulci, e non sapevo che al nostro successivo incontro sarebbe stata incinta. Di un altro.
E che io le avrei detto: sono contento per te, ma triste per me. Vorrei essere il padre dei tuoi figli, ma ne ho di miei. Poi mi sono chinato per baciarla sulle labbra e lei mi ha porto la guancia. Lei, e le altre tre, avevano guance morbide. Da baciare. E opinioni ferme sull’attualità. Una è quasi stata eletta in Parlamento.
Due suscitavano la mia ammirazione più di quanto loro ammirassero me. Per tutte provavo il desiderio di proteggerle con il mio corpo, nonostante di spirito fossero più forti di me.
Una soltanto la considerava una cosa giusta. È capitato che una mi picchiasse, con un saggio su Spinoza. In auto. Durante una lite furiosa. Non ho reagito. Mi è fisicamente impossibile alzare le mani su una donna. Ma non sono certo un santo. Vivere con me non è facile. Di economia non so niente. Sono sempre affamato. Soprattutto di attenzioni della gente. Lascio pile di piatti sporchi nel lavandino. Me ne vado a spasso poco dopo che il sole comincia a calare. E mi aspetto di trovarle quando decido di tornare.
Eppure, quattro volte mi hanno risposto «anch’io» quando ho detto «ti amo».
E nelle notti in cui la solitudine attanaglia la gola, nelle notti – come questa – in cui non ho idea di come attraversare il ponte sul fiume Ahi. Chiudo gli occhi. E faccio l’inventario degli amori miei.

Eshkol Nevo. “Vocabolario dei desideri”

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